In questa stagione espositiva, assolutamente da non perdere è l’appuntamento tutto al femminile con l’attesa e importante retrospettiva interamente dedicata a una delle più grandi artiste donne del Seicento: Artemisia Gentileschi, che dal 30 novembre 2016 all’8 maggio 2017, sarà in mostra nelle sale del magnifico Palazzo Braschi, sede del museo di Roma, nel cuore barocco della città.
La mostra
In uno dei luoghi più belli e storici della Capitale, tra i vicoli rinascimentali che portano a Piazza Navona, Palazzo Braschi propone la seconda personale in assoluto dedicata a questa importante figura artistica che, per l’eccezionalità del suo talento, ha saputo gettare nuova luce nel panorama artistico italiano del Seicento, anche se spesso costrittivo e caratterizzato da guerre e pestilenze, e nel momento prima che il Barocco esplodesse con la sua ricchezza decorativa.
Nata da un’idea di Nicola Spinosa, l’esposizione, promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura, contempla un percorso di 90 opere provenienti da tutto il mondo.
L’arte di Artemisia Gentileschi sulla scena della sua tormentata vita
Artemisia Gentileschi nacque a Roma nel 1593. Ai suoi tempi la chiamavano pittora o pittoresca, perché il termine “pittrice” ancora non esisteva, a testimoniare che la pittura era un mestiere da uomini, adatto al padre Orazio, dal quale Artemisia iniziò ad esercitare la sua abilità artistica che di lì a poco si sarebbe sviluppata in perfetta autonomia e soprattutto indipendenza da quel mondo di maschi di cui essa era circondata, subendo addirittura violenza carnale da parte di un uomo, tale Agostino Tassi, allievo del padre al quale aveva affidato la figlia per insegnarle come costruire la prospettiva in pittura. La sua personalità artistica passerà alla storia facendosi conoscere fuori dai confini romani per la tragica vicenda giudiziaria che segnò la sua gioventù attraverso romanzi e film che hanno contribuito a fare della Artemisia Gentileschi una figura di grande attualità, quasi un’eroina femminista ante litteram.
La mostra romana celebrerà questa grande artista che ha realizzato dei capolavori unici ed inimitabili. Le sue opere diventano le testimonianze di un animo tormentato segnato dal ricordo di una giovinezza troppo dolorosa per essere dimenticata, così gli atti di violenza che riporta sulla tela si traducono nelle scene che vede protagoniste donne-eroine, per cui, tutte le sue donne, persino le figure sacre, sono caratterizzate da robusta virilità e prosperosa femminilità.
L’esposizione mette in scena le opere più importanti della produzione di Artemisia Gentileschi attraverso la parabola artistica che ha inizio a Roma con l’esordio nella bottega del padre Orazio, quando la giovane artista osservava da vicino molte opere che vari pittori producevano in quel periodo: Carracci, Caravaggio, Guido Reni, il Domenichino e proseguendo con gli anni a Firenze, in cui lo stile di Artemisia si sviluppò autonomamente, il ritorno a Roma all’inizio degli anni Venti e i successivi venticinque anni a Napoli fino alla morte giunta nel 1653. Artemisia Gentileschi come Caravaggio soggiornò a Napoli, nei primi anni Trenta, invitata dal viceré, il conte di Monterrey, suo estimatore e dipingendo pale d’altare, contribuendo con il suo stile a diffondere notevolmente il linguaggio espressivo intenso nell’ambiente pittorico locale di questo periodo artistico.
L’arte di Artemisia è un trionfo femminile, dove su tutte Giuditta che decapita Oloferne, una delle sue opere più famose proveniente dalla Pinacoteca Nazionale di Capodimonte, è stata interpretata come il documento pittorico della tormentata e affascinante vita della pittrice. Eseguita a Roma tra il 1612 e 1613 “Giuditta e Oloferne” di Artemisia Gentileschi resta, assieme a quella compiuta da Caravaggio vent’anni prima e dal quale deriva ma che ne rappresenta l’evoluzione, una delle interpretazioni più suggestive compiute nell’ambito della pittura italiana del Seicento. In uno stile del tutto personale, Artemisia sceglie il momento della vicenda più cruento, quando l’eroina ebrea partecipe e co-protagonista, e non simbolo di virtù e di devozione a Dio, uccide il re assiro Oloferne tagliandogli la testa con due colpi di scimitarra assistita dalla schiava Abra, riuscendo così a salvare la propria gente.
La mostra di Artemisia Gentileschi al Palazzo Braschi di Roma svela gli aspetti più autentici dell’artista, attraversando un arco temporale che va dal 1610 al 1652, illustrando i motivi per i quali «Artemisia – come scrisse il critico Roberto Longhi nel 1916 – è l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità».