Dalle rovine (Tunué) è il romanzo d’esordio di Luciano Funetta, autore classe 1986, e che fa parte del collettivo di scrittori TerraNullius nato nel 2003. Tra i finalisti del premio Strega 2016, elemento non da poco per un esordiente, Dalle rovine non si è ritrovato però tra i primi cinque.
Dalle rovine: la trama
Rivera è un collezionista di serpenti, animali a cui ha dedicato tutta la vita, e per i quali prova una passione decisamente singolare, ossia erotica. Dopo aver abbandonato moglie e figlio, infatti, Rivera si dedica a pratiche di autoerotismo, arrivando anche a filmarle. Un giorno decide di proporre in visione la registrazione al proprietario di un cinema a luci rosse: inutile dirlo, il filmato diventa subito virale e attira l’attenzione di un famoso produttore di film porno che si fa chiamare Jack Birmania, il quale propone a Rivera di girare tutto un film su questa inconsueta passione. Altri personaggi vengono coinvolti nella questione filmica: il regista alternativo Eugenio Laudata e l’attrice alle prime armi Maribel.
Tutto procede bene finché Rivera non entra in contatto con la sceneggiatura di un’artista visionario, tale Alexandre Tapia. La sceneggiatura, al limite dell’umano, ha come titolo proprio Dalle rovine. Questo evento, che si trova a circa metà del testo, trascina i personaggi della storia in una spirale discendente di follia, perversione e oscurità.
Fuoriuscire dalle rovine di una società malata
I riferimenti cinematografici e artistici sono impressionanti: alcune ambientazioni ricordano Dylan Dog, ma abbiamo scenari surreali e macabri che rimandano a Poe e Kafka, arrivando addirittura a far pensare al pittore Redon. Questo è uno degli elementi più che apprezzabili del testo, che rivela la grande cultura dell’autore. Altro elemento molto caratteristico, indicativo della sua grande capacità artistica, è lo stile: sempre adatto alla scena, sempre adeguato alla situazione. Praticamente assenti gli “scivoloni”, la scrittura è anzi coerente, coesa e solida.
Restano tuttavia molti dubbi a fine lettura. Dalle rovine è un testo che ha un incipit fortissimo, spiazzante, che cattura immediatamente l’attenzione del lettore contando su due elementi di forza: 1) la potenza espressiva evocata dalla “perversione” del protagonista; 2) l’uso di questo “noi” narrativo, che rimanda a spettatori/attori sempre presenti nella scena. Di questi due elementi, però, nel corso della lettura resta ben poco; o meglio, non si danno nel testo risposte o sviluppi ben precisi, poiché l’autore preferisce inerpicarsi – anzi, inabissarsi – nelle lande più mostruose e inumane della mente e della morale. Riguardo il primo punto, l’elemento dell’autoerotismo con i serpenti viene praticamente abbandonato: quella che sembra essere una promessa “forte” per il lettore viene delusa per tematiche diverse (tra cui alcune morti non proprio significative). Riguardo il secondo punto, invece, fino alla fine si cerca di capire chi siano questi “noi”: se inizialmente si può pensare a una mera tecnica narrativa (come l’uso della seconda persona singolare in alcuni testi sperimentali contemporanei), nel tempo questi “noi” assumono una forma un po’ più definita: «Noi ce ne stavamo in piedi, nei nostri vestiti troppo stretti, con le nostre cravatte ridicole, a osservare quella festa capovolta». Il fatto che questi “noi” si vestano con cravatte farebbe escludere elementi soprannaturali (il condizionale è d’obbligo però). Addirittura compiono azioni ben precise che intervengono nel testo, come quando, verso la fine, dicono a Rivera di gettare via una foto, e lui si rivolge direttamente a loro: «Chiudete la bocca – disse Rivera».
Ma di quella promessa/anticipazione fatta nell’incipit che subito cattura il lettore niente resta alla fine, se non un’enorme domanda: chi sono questi “noi” che sanno «cosa successe dopo a Rivera»?