Per chi è abituato alle canzonette con un’ottica molto superficiale e approssimativa Gabriela Fantato sembrerebbe scegliere il caos all’ordine, l’entropia alla sintropia. In realtà la poetessa sceglie di attingere talvolta dell’inconscio perché è lì in cui si trova l’amalgama tra impulso vitale e verità, nella sfera razionale disgiunti e contrapposti.
Ma questo non significa che si abbandoni completamente all’inconscio. C’è una coscienza e con essa un ottimo gusto letterario che sorvegliano, censurano, vigilano sempre. È una poesia densa, complessa, denotata da una grande ricchezza lessicale. La Fantato spicca per la sua bravura nel saper miscelare astratto e figurativo, psichico e somatico, così come nel saper interfacciare l’io e il mondo.
Codice terrestre (La vita felice, 2008) ha tra le sue qualità più di altre la polisemia e l’ambiguità. D’altronde i freddi razionalisti non si imbattono facilmente nelle aporie, nei paradossi e nelle contraddizioni? La via scelta dalla Fantato non è quella della assertività. La poetessa non sceglie neanche la metafisica, la discorsività della coscienza oppure la moltiplicazione/frammentazione dell’io. La poesia in questione non è tutta di testa e neanche tutta di cuore.
Finisce invece per esserlo pienamente di entrambi. Non è intellettualistica né strappalacrime. Allo stesso tempo non c’è neanche traccia di autocompiacimento. Codice terrestre è testimonianza senza essere per forza un patetico grido di dolore. Con questo ottimo lavoro la Fantato dimostra anche di aver saputo ascoltare la parte più profonda di sé stessa.
Probabilmente è sempre stata in attesa per cogliere l’inaspettato che facesse capolino dalla sua interiorità oppure che gli oggetti si manifestassero come entità per dirla in termini metafisici. Ma c’è di più: è anche alla ricerca della sua Ombra per dirla alla Jung e per trovarla deve essere in presenza della luce, che fuor di metafora è la coscienza. Non c’è altra soluzione. La Fantato parte dalla sua esperienza e procede verso l’ignoto. In questi versi si alternano pensieri ed immagini.
La poetessa procede per intuizioni inconsce, che di volta in volta vengono filtrate dalla mente razionale. Non si tratta di quel che comunemente si definisce insight perché non hanno a che fare con il problem solving. Talvolta si usa l’espressione “salto logico”. In questo caso invece parlerei di salti inconsci e dei loro contenuti emotivi. Sono cortocircuiti linguistici scaturiti dall’incontro tra conscio e subconscio.
Non sono però lapsus come quelli della Amelia Rosselli. In questa raccolta l’autrice non si aggrappa neanche al significante come invece fanno Zanzotto e i suoi epigoni. Non ci sono neanche battute di spirito. Sono materiali dell’inconscio trattati con il massimo possibile dell’oggettivazione.
Gabriela Fantato getta un ponte quindi tra conscio ed inconscio. Le immagini descritte sono appartenenti spesso all’inconscio e a questo riguardo bisogna ricordare che per Jung noi abbiamo sempre la responsabilità di capire le immagini provenienti dalla parte più enigmatica di noi stessi. Le parole della Fantato talvolta sono le parole dell’inconscio e quindi non bisogna stupirsi se il linguaggio sia simbolico o se altre volte sia analogico.
Ognuno cerchi a sua volta un significato latente. Ciò non significa necessariamente cercare significati sessuali. Non dimentichiamoci che Freud è stato accusato più volte di pansessualismo. Comunque l’inconscio viene sempre controllato e sorvegliato dall’autrice; infatti non è mai debordante, non prende mai il sopravvento. Ciò che viene estratto dal profondo è solo la punta dell’iceberg, ma non potrebbe essere altrimenti: nessuno può accedere ed esplorare totalmente la nostra parte più atavica e remota. La stesura di questi versi probabilmente è stata catartica.
Per la Fantato l’inconscio non è un sottosuolo abominevole ma un luogo di sé stessi dove privilegiare il potere rivelatore delle immagini e della parola. D’altronde per essere spirituali si può solo prendere due strade: elevarsi verso Dio o scavare dentro sé stessi.
Codice terrestre è una raccolta notevole, di qualità poetica elevata soprattutto perché l’autrice formula in modo magistrale sia alcune leggi dell’animo che alcune leggi generali della vita, anzi per dirla con le sue parole riesce molto bene a descrivere “la forma della vita” con espressioni poetiche felici: “Luce, c’è tanta luce oggi./ Entra in casa, viene a cercarmi/ dove la corteccia cerebrale è/ sale e acqua./ Un ramo in attesa con tutto il corpo.”; “Forse c’è un segreto che non so/ dove la corteccia si piega,/ abbraccia il legno e i nodi.”; “Un battere e levare tiene/ l’oscuro giardino dei vivi”; “la materia parla ostinata, a sottintesi.”; “I coltelli non sono armi,/ sono solo il taglio della carne.”; “Forse è amore questo o solo/ ritmo della specie/ nella sintassi dei corpi.”; “Saremo dentro la terra alla fine/ e il perdono – debito non saldato/ piegato nella pelle.”; “forse tutto sarà chiaro,/ una sera come tante e verrà la fine/ nel giro di poche ore.”).
Ma ci sono altrettante espressioni felici della propria condizione psicologica (Ho scavato una grotta/ per la solitudine e la preghiera/ non scordata mai, non saputa/ se non nel grido.”; “Sotto, più giù dentro i cunicoli,/ nel nero che assedia/ le ginocchia/ si chiude il cerchio, la parola/ consumata all’inizio/ – non ho più occhi.”).
La poetessa parla dell’amore con le sue contraddizioni (“Chiamo le tue mani/ a strapparmi i fianchi,/ a dirti – ci sono./ I fogli si aprono casti alla menzogna/ e l’abbraccio non monda la paura./ Tu mi dai lo specchio/ per questa debolezza. “). Ultimo ma non meno importante la prefazione è del grande poeta Milo De Angelis. Codice terrestre è la riprova che Gabriella Fantato rappresenta una voce originale e autorevole della poesia italiana.